SOFFERENZA DELLE PIANTE O SOLO IPOCRISIA UMANA?

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di Giulio Sapori

Ormai è da un po' che si tira in ballo la sofferenza delle piante come argomento che vorrebbe criticare, a livello etico, chi si oppone allo sfruttamento animale. E devo dire che non viene usato solo dai commentatori 'saputi' del Web, ma anche da noti divulgatori scientifici come Silvano Fuso.

Nel libro Naturale=buono? (Carocci, 2016), libro in cui viene messa in questione la suddetta equivalenza, Fuso dedica un capitolo all’alimentazione 'naturale', criticando (tra l'altro) la dieta vegana. Una prima cosa che verrebbe da contestare è che, a livello sociale, è vero esattamente il contrario: la naturalità è legata al nutrirsi di alimenti di origine animale, e non vegetale.

A parte questo, ciò che interessa qui è uno degli 'argomenti' utilizzati, nel quale si
 critica la motivazione etica di una dieta vegana appoggiandosi malamente agli studi di Stefano Mancuso, arrivando ad accusare chi pensa “sia lecito sacrificare le piante e non gli animali” (p.65) di antropocentrismo!

Prima cercherò di rispondere agli ipocriti che usano questo ‘argomento’ solo per giustificare il loro mangiare prodotti di origine animale. Poi tenterò anche di rispondere alla fatidica domanda: ma le piante soffrono?

Ho detto ipocriti perché, se si volessero “salvare” le piante, sicuramente i prodotti di origine animale sarebbero il primo alimento da eliminare. Per un motivo molto semplice, come dice bene proprio il succitato Stefano Mancuso in un'intervista (La Repubblica 04 dicembre 2016): “per un chilo di carne ci vogliono 1600 chili di piante. Eticamente è sempre meglio mangiare le piante”.

Ci vuole poco a capirlo. Un animale, organismo eterotrofo, per vivere deve nutrirsi di organismi autotrofi, cioè quegli organismi che riescono a nutrirsi autonomamente attraverso la fotosintesi: le piante.
La conversione da proteine vegetali a proteine animali è, come tutte le conversioni di energia, dispendiosa: in ogni passaggio di livello trofico - da piante a animali, da erbivori a carnivori - si perde il 90% dell'energia incorporata nel livello trofico più basso. E' il secondo principio della termodinamica, bellezza!
Questo dovrebbe bastare a rispondere ai vari 'saputi', mangiatori di carne ma compassionevoli verso i vegetali.

Una volta risposto agl'ipocriti, la questione della sofferenza delle piante rimane, visto che alcune persone si interrogano seriamente su di essa.
 
Ordunque, le piante sentono? Soffrono?

Per rispondere a questa domanda - a cui Mancuso neanche accenna in Verde brillante - mi baserò sul libro Quel che una pianta sa. Guida ai sensi nel mondo vegetale (Raffaello Cortina, 2013) di Daniel Chamovitz, biologo che dirige il Manna Center for Plant Biosciences all'Università di Tel Aviv, autore di importanti scoperte nell'ambito della biologia delle piante.

Le piante sentono? Dipende. “Ovviamente, le piante non ‘sentono’ nel senso tradizionale del termine. Non provano rammarico e non familiarizzano con un nuovo lavoro. Non hanno consapevolezza emotiva di uno stato mentale o emotivo” (p. 62).

Se sentire invece significa percepire, allora sì le piante 'sentono', in molti casi anche meglio di noi. Ma cosa sentono? Molte componenti del mondo che le circonda, come colori, odori, contatti e molto altro (si parla di una ventina di 'sensi').

Le piante sono dunque consapevoli dell’ambiente che le circonda. Una cosa che non dovrebbe meravigliarci perché, come hanno mostrato i biologi Maturana e Varela, la cognizione è una 
caratteristica propria a tutti gli organismi viventi, in modo più o meno marcato. Per vivere occorre rispondere all'ambiente in mutamento, quindi è necessario avere una qualche forma di cognizione

Ma consapevolezza significa anche capacità di soffrire?

La consapevolezza di una pianta non implica inoltre che questa possa soffrire. Una pianta che vede, sente e prova sensazioni non patisce più dolore di un computer con un disco rigido difettoso. Infatti il dolore e la sofferenza, come la felicità, sono definizioni soggettive e fuori luogo nel descrivere le piante. (...)
Le piante sanno quando manca loro l'acqua in un periodo di siccità. Ma le piante non soffrono. Non hanno, per quanto ne sappiamo al momento, la capacità di avere “un’esperienza emotiva spiacevole’
”. (p. 144-5)

Avere consapevolezza di un danno non significa fare esperienza del dolore e della sofferenza. E non è difficile da immaginare dato che anche noi possiamo subire un danno - come l'amputazione di una parte del nostro corpo - senza provare dolore, poiché sotto l'effetto di qualche sostanza, come la morfina (che tra l'altro è estratta da una pianta).
Con le conoscenze attuali, quindi, sostenere che le piante soffrano pecca - questo sì! - di antropocentrismo (o zoocentrismo).

Chamovitz, nel suo libro, muove anche alcune critiche alla Neurobiologia vegetale, soprattutto al nome che darebbe per acquisito una sorta di sovrapposizione tra sistema nervoso animale e apparato radicale delle piante.
Una questione che invece risulta abbastanza controversa.

Per fare un esempio, il famoso neuroscienziato Antonio Damasio, nel libro Il sé viene alla mente.
La costruzione del cervello cosciente (Adelphi, 2012), scrive:
La tragedia delle piante, che per altro esse ignorano, è che le loro cellule, circondate da una parete rigida come un corsetto, non potranno mai modificare la propria forma in modo sufficiente per diventare neuroni. Le piante non hanno cellule nervose: quindi, non avranno mai una mente” (p. 70).

Da quanto detto non deduciamo che il danno inferto alle piante non sia moralmente rilevante. L’etica non è sostenuta
– e non deve esserlo – solo dalla capacità di provare o meno piacere, dolore, gioia e tristezza. In una parola, dalla senzienza.
Ma, certamente, essere indifferenti a queste caratteristiche visibilmente diffuse nel mondo animale comparandole a ciò che proverebbe una carota è, come minimo, una profonda deficienza etica. Una deficienza che sappiamo riposa su una rimozione più profonda, posta alle radici della nostra società, riguardante l'essere noi stessi animali. Una rimozione che permette di accettare le sofferenze e il dominio sugli altri animali perché, in fondo, noi non siamo come loro.

In conclusione, evitiamo che le belle scoperte sulla consapevolezza delle piante siano un nuovo modo per giustificare lo sfruttamento animale, accorpandolo in modo indiscriminato al regno vegetale. L'ipocrisia (per non dire peggio), anche se ammantata di 'scientificità', rimane ipocrisia.

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